La vidi solo quattro volte, ma la ricordo con estrema chiarezza; mi è rimasta impressa nella mente. Mi colpì come molto graziosa e molto interessante - un delizioso esemplare di un determinato tipo. Mi ha grandemente addolorato la notizia della sua morte; e tuttavia, a ripensarci; perché dovrei addolorarmene? L'ultima volta che la vidi non era certo... Ma voglio descrivere i nostri incontri nell'ordine in cui si verificarono.
I
Il primo ebbe luogo lontano da New York, nel corso di un piccolo ricevimento serale mentre fuori nevicava. Il fatto dovrebbe risalire a circa diciassette anni fa. Il mio amico Latouche, che andata a trascorrere il Natale con la madre, mi aveva convinto ad accompagnarlo, e la buona signora aveva dato in nostro onore il ricevimento cui mi riferisco. La cosa fu per me veramente ricca di interesse; non ero mai stato in quella stagione nel cuore della Nuova Inghilterra. Aveva nevicato tutto il giorno e cumuli di neve arrivavano al ginocchio. Mi chiesi come avessero fatto le signore a raggiungere la casa; ma mi resi conto che un ricevimento che offriva l'attrattiva di due signori venuti da New York dovesse essere stato considerato degno dello sforzo necessario per parteciparvi.
La signora Latouche, nel corso della serata, mi chiese se "non volessi" mostrare le fotografie a qualcuna delle signorine. Le fotografie erano chiuse in due grandi cartelle, ed erano state portate dal figlio che, come me, era tornato da poco dall'Europa. Mi guardai in giro e osservai che le signorine erano in massima parte assorte in un oggetto di interesse più avvincente delle più vivide fotografie illuminate dal sole. Ma vi era una persona, sola in piedi accanto alla mensola del caminetto, che si guardava attorno nella stanza, con un piccolo dolce sorriso in un certo modo in contrasto con il suo isolamento. La guardai un momento e poi dissi, "Mi piacerebbe mostrarle a quella signorina."
"Ma sì," disse la signora Latouche, "è proprio la persona che ci vuole. E' una che non ama i flirt; ne parlerò con lei."
Le risposi che se non amava i flirt, non era, forse, la persona più adatta; la signora Latouche si era già mossa per proporle le fotografie.
"E' entusiasta," mi disse riavvicinandosi. "E' proprio la persona che ci vuole, così tranquilla e così piena di vita." Dopo di che mi disse che la signorina si chiamava Caroline Spencer, e con questo mi presentò.
La signorina Caroline Spencer non era esattamente una bellezza, ma era una figurina deliziosa. Doveva essere vicina ai trent'anni, ma sembrava quasi una ragazzina, e la sua carnagione era quella di una bambina. Aveva una testa molto graziosa e i capelli erano sistemati, per quanto possibile, come quelli di un busto greco, anche se ci fosse certo da chiedersi se avesse mai visto un busto greco. Sospettai che avesse un temperamento "artistico", entro i limiti concessi da Grimwinter a simili tendenze. Aveva uno sguardo dolce e pieno di meraviglia, delle labbra sottili e una dentatura molto attraente. Intorno al collo portava una cosa che le signore chiamano "ruche" e in mano teneva un ventaglio di paglia intrecciata ornato di un nastro rosa. Indossava un modesto abito di seta nera. Parlava con una specie di garbata precisione, mostrando i bianchi denti fra le labbra sottili, ma che si sarebbero dette tenere, e aveva l'aria di essere estremamente soddisfatta, perfino un po' agitata, all'idea di quanto le avrei mostrato. La cosa si svolse molto semplicemente, dopo che ebbi rimosso dal loro angolo due cartelle, piazzandole su un paio di sedie vicino a una lampada. Le fotografie erano le cose a me ben note - delle ampie visioni della Svizzera, paesaggi, copie di famosi edifizi, quadri e statue. Dissi tutto quanto sapevo sul loro conto, e la mia compagna, guardandole mentre le sollevavo, si teneva perfettamente immobile, col ventaglio di paglia che le toccava il labbro inferiore. A volte, mentre rimettevo a posto una delle fotografie, diceva a bassa voce, "Questo luogo l'avete visto?" In genere rispondevo di averlo visto parecchie volte (avevo viaggiato molto), e allora sentivo che quei graziosi occhi di sbieco mi lanciavano degli sguardi. All'inizio le avevo chiesto se fosse stata in Europa; e la risposta era stata, "No, no, no," sussurrato rapidamente e in modo confidenziale. Ma dopo questo, pur vedendo che non staccava un sol momento gli occhi dalle fotografie, parlò tanto poco che temetti di averla annoiata. E perciò, quando avemmo finito di esaminare una cartella, le offrii di smettere se era questo il suo desiderio. Sentivo che non era annoiata, ma la sua reticenza mi imbarazzava e desideravo farla parlare. Mi girai a guardarla e vidi che le sue guance si erano un po' arrossate. Agitava da un lato all'altro il piccolo ventaglio.
E invece di guardare me i suoi occhi erano fissi sull'altra cartella, che era poggiata sul tavolo.
"Non volete mostrarmela?" chiese con un piccolo tremito nella voce. Ci sarebbe quasi stato da credere che fosse agitata.
"Lo farò volentieri," risposi, "se non siete stanca."
"No, non sono stanca," affermò. "La cosa mi piace - l'adoro."
E quando presi l'altra cartella, ci posò su la mano, strofinandola leggermente.
"E siete stato anche qui?" disse.
Quando aprii la cartella si fece chiaro che ero stato anche lì. Una delle prime fotografie era una grande veduta del Castello di Chillon, sul Lago di Ginevra.
"Qui," dissi, "ci sono stato molte volte. Non lo trovate bello?" E le indicai il perfetto riflesso delle rocce frastagliate e delle torri appuntite nella chiara acqua immobile. Lei non disse, "Che cosa incantevole," e non la mise da parte per vedere l'altra fotografia. La guardò un po' e poi chiese se non fosse il posto in cui era stato imprigionato Bonivard, come racconta Byron. Io assentii, e tentai di citare alcuni versi di Byron, ma riuscii imperfettamente nel mio tentativo.
Si sventagliò per un momento e poi ripeté correttamente quei versi in tono sommesso, uniforme e tuttavia gradevole. Arrossì, quando ebbe finito. Mi complimentati con lei e le dissi che era perfettamente equipaggiata per visitare la Svizzera e l'Italia. Mi guardò nuovamente, di sbieco, per vedere se dicessi sul serio, e io aggiunsi che se desiderava riconoscere le descrizioni di Byron, doveva affrettarsi ad andare all'estero; l'Europa andava tristemente perdendo il suo carattere byroniano.
"Quanto tempo ho per andarci?" mi chiese.
"Oh, vi consento dieci anni."
"Credo di poterci andare entro dieci anni, " rispose con molta serietà.
"Ebbene," io dissi, "ne godrete enormemente; la troverete molto affascinante." E proprio in quel momento mi capitò fra le mani la fotografia di un certo angolino di una città straniera cui mi ero molto affezionato e che mi richiamava alla mente dei teneri ricordi. Parlai (come immagino) con una certa eloquenza; la mia compagna stava lì ad ascoltarmi a bocca aperta.
"Avete trascorso molto tempo in paesi stranieri?" Chiese, dopo un po' che mi ero interrotto.
"Molti anni," dissi.
"E siete stato dappertutto?"
"Ho viaggiato parecchio. Mi piace molto e, fortunatamente, sono stato in grado di farlo."
Mi guardò di nuovo di scorcio. "E conoscete le lingue straniere?"
"Più o meno."
"E' difficile parlarle?"
"Non credo che voi lo trovereste difficile." le risposi galantemente.
"Oh, non desidererei parlare - vorrei solo ascoltare," lei disse. Poi, dopo una pausa, aggiunse - "Dicono che il teatro francese sia talmente bello."
"E' il migliore del mondo."
"Vi siete andato molto spesso?"
"La prima volta che visitati Parigi vi andavo ogni sera."
"Ogni sera!" E spalancò i suoi chiari occhi. "Questo per me è..." e qui esitò un momento... "per me è quanto mai meraviglioso." Dopo qualche minuto chiese - "Qual è il paese che preferite?"
"Vi è un paese che preferisco a tutti gli altri. Credo che anche voi fareste lo stesso."
Mi guardò per un momento, e poi disse a bassa voce - "L'Italia?"
"L'Italia," risposi, anch'io a bassa voce; e ci guardammo per un momento. Aveva un'aria quanto mai graziosa, quasi che, anziché mostrarle delle fotografie, fossi andato parlando d'amore con lei. Ad accrescere l'analogia, lei sviò lo sguardo, arrossendo. Ci fu un attimo di silenzio, e fu lei infine a romperlo dicendo:
"E' il luogo dove - in modo speciale - ho pensato di andare."
"Ma sì, è quello il luogo - è quello il luogo!" dissi.
Guardò due o tre fotografie in silenzio. "Dicono che la vita non sia tanto cara."
"Rispetto agli altri paesi? Sì, e non è questa l'ultima delle sue attrattive."
"Ma è tutto molto caro, vero?"
"L'Europa, intendete dire?"
"Andarci a viaggiare. E' stato questo il guaio. Ho molto poco denaro. Do delle lezioni," disse la signorina Spencer.
"Naturalmente occorre del denaro," dissi, "ma uno può cavarsela avendone un poco."
"Credo che me 1a caverei. Ne ho messo un po' da parte, e continuo ad aggiungervene. E' tutto in vista di ciò." Si interruppe un momento, e poi continuò come in uno stato di desiderio represso, quasi che parlarmi della cosa le procurasse una rara, ma forse impura, soddisfazione. "Ma non è stato unicamente il denaro; è stato tutto. Tutto è stato contrario. Ho aspettato e aspettato. E' stato nulla più di un castello in aria. Ho quasi paura di parlarne. Due o tre volte la cosa si è fatta più vicina, e allora ne ho parlato, e la cosa si è vanificata. Ne ho parlato troppo," disse, ipocriticamente; poiché vidi che parlarne così era ora una piccola tremula estasi. "C'è una signora che è una mia grande amica; lei non desidera andare; io continuo a parlargliene. La stanco terribilmente. Una volta mi ha detto che non sapeva che cosa ne sarebbe stato di me. Impazzirei se non andassi in Europa, e certamente impazzirei se ci andassi."
"Comunque" io dissi, " non ci siete andata ancora e non siete impazzita."
Mi guardò un momento e disse: "Non ne sono poi tanto sicura. Non penso ad altro. Ci penso continuamente. Mi impedisce di pensare alle cose che sono più vicine - le cose di cui dovrei occuparmi. E' una specie di pazzia."
"La cura è andare," dissi.
"Ho fiducia che andrò. Ho un cugino in Europa!" mi annunziò.
Guardammo alcune altre fotografie, e io le chiesi se avesse vissuto sempre a Grimwinter.
"Oh, no, signore," disse la signorina Spencer. "Ho trascorso ventitré mesi a Boston."
Risposi, scherzosamente, che, stando così le cose, i paesi stranieri l'avrebbero probabilmente delusa; ma non riuscii affatto ad allarmarla.
"So più cose su di loro di quanto potreste credere," disse col suo timido spiritoso sorrisetto. "Intendo dire mediante la lettura; ho letto molto. Non ho letta solo Byron; ho letto libri di storia e guide. "So che mi piacerà!"
"Capisco il vostro caso," risposi, "avete l'innata passione americana - la passione per il pittoresco. Da noi, io credo, è una passione primordiale che precede l'esperienza. L'esperienza arriva e ci mostra solo un qualcosa che avevamo sognato."
"Credo che sia proprio così," disse Caroline Spencer. "Ho sognato tutto; saprò tutto!"
"Temo che abbiate sprecato molto del vostro tempo."
"Ma sì, questa è stata la mia grande cattiveria."
La gente che ci circondava aveva incominciato a disperdersi; si congedavano. Lei si alzò e mi tese la mano, timidamente, ma con una particolare lucentezza negli occhi.
"Ci sto tornando," dissi, mentre le stringevo la mano. "Vi aspetterò."
"Vi dirò," rispose, "se sono delusa."
E se ne andò, avendo l'aria di essere delicatamente agitata, e agitando il suo piccolo ventaglio di paglia.
II
Alcuni mesi dopo tornai in Europa, e così passarono circa tre anni. Avevo vissuto a Parigi, e, verso la fine di ottobre mi recai da lì Le Havre, per andare incontro a mia sorella e al marito, che mi avevano scritto per annunziarmi il loro prossimo arrivo. Giungendo a Le Havre trovai che il piroscafo era già in porto; ero arrivato con quasi due ore di ritardo. Mi recai immediatamente all'albergo dove i miei parenti erano già sistemati. Mia sorella si era messa a letto, esausta e incapace di muovere un dito dopo la traversata; disgraziatamente reggeva male il mare, e le sue sofferenze in quest'occasione erano state terribili. Per il momento desiderava riposare in tutta tranquillità, e non fu in grado di dedicarmi più di cinque minuti; e tutti insieme decidemmo di rimanere a Le Havre fino al giorno seguente. Mio cognato, che era preoccupato per la moglie, non avrebbe voluto allontanarsi dalla sua stanza; lei insistette perché uscisse con me per fare una passeggiata e per riabituare le gambe alla terra ferma. Quella giornata autunnale era calda e gradevole, e il nostro giretto attraverso le strade dai colori smaglianti e piene di vita del vecchio porto francese fu abbastanza divertente. Camminammo lungo i moli soleggiati e rumorosi, e poi girammo in un'ampia strada accogliente per metà esposta al sole e per metà all'ombra - una tipica strada di provincia francese, che aveva tutto l'aspetto di un vecchio acquerello: delle case alte, grigie, con i tetti spioventi, con i frontoni rossi e a molti piani; con le persiane verdi alle finestre e con volute ornamentali al di sopra di esse; con vasi di fiori nei balconi e con donne con la cuffia bianca sulla porta di casa. Camminammo dalla parte dell'ombra; e tutte queste cose si estendevano lungo il lato soleggiato della strada formando un quadro. Lo guardammo camminando; poi, tutto a un tratto, mio cognato si fermò - stringendomi il braccio e pieno di meraviglia. Seguii il suo sguardo e vidi che ci eravamo fermati proprio prima di arrivare a un caffè, dove, sotto una tenda, erano disposti sul marciapiede sedie e tavolini. Le finestre dietro erano aperte, una mezza dozzina di piante in vasi di legno erano sistemate accanto alla porta; il marciapiede era cosparso di crusca pulita. Era un simpatico piccolo caffè, tranquillo e antiquato; nella relativa oscurità dell'interno vidi una bella donna robusta, con dei nastri rosa nella cuffia, appollaiata in alto, con alle spalle uno specchio, che sorrideva verso qualcuno escluso dal nostro raggio visivo. Ma tutto questo lo notai dopo; la prima cosa da me osservata fu una signora all'esterno, seduta sola a uno dei tavolini coperti di marmo. Mio cognato si era fermato a guardarla. C'era qualcosa sul tavolino, ma lei se ne stava tranquillamente appoggiata all'indietro nella sedia, con le mani incrociate, guardando nella strada, senza occuparsi di noi. La vidi solo un po' di profilo; pure provai subito l'impressione di averla già vista prima.
"La piccola signora della nave!" esclamò mio cognato.
"Era sulla vostra nave?" chiesi.
"Sul ponte dalla mattina alla sera. Non ha mai avuto il mal di mare. Sedeva perpetuamente a un lato della nave con le mani incrociate in questo modo, guardando l'orizzonte a est."
"Volete parlarle?"
"Non la conosco. Non ho stretto conoscenza con lei. Ma ero solito guardarla e - non so perché - mi interessava. E' una cara piccola americana del nord. Immagino che si tratti di un'insegnante che si concede una vacanza - per la quale le hanno fornito i mezzi i suoi alunni."
Lei girò un po' la faccia, mostrandomi più chiaramente il suo profilo, mentre guardava le alte facciate grigie che le stavano di fronte. Allora dissi - "Le parlerò io."
"Non lo farei; è molto timida," disse mio cognato.
"Io la conosco, amico mio. Le mostrai una volta delle fotografie a un ricevimento."
E mi avvicinai. Lei si girò e mi guardò, e vidi che era effettivamente la signorina Caroline Spencer. Ma lei non fu altrettanto pronta nel riconoscermi; ebbe l'aria sbigottita. Io avvicinai una sedia al tavolino e mi sedetti.
"Ebbene," dissi, "spero che non siate delusa!"
Mi fissò, facendosi un po' rossa; poi ebbe un piccolo sussulto, in tal modo indicandomi che mi riconosceva.
"Foste voi a mostrarmi le fotografie - a Grimwinter!"
"Sì, fui io. Questo incontro avviene nel modo più simpatico, poiché sento che spettava a me ricevervi formalmente qui - darvi ufficialmente il benvenuto. Vi parlai tanto dell'Europa."
"Non diceste troppo. Sono così felice!" esclamò a bassa voce.
E aveva l'aria molto felice. Non appariva per niente invecchiata. Con gravità, con decoro, con discrezione, era graziosa come allora. Se prima era parsa un fiore dallo stelo sottile e dai sedati colori del Puritanesimo, è facile capire come in tale situazione quella delicata freschezza non fosse meno apparente.
Accanto a lei un vecchio signore beveva dell'assenzio; dietro a lei la dame de comptoir con i nastri rosa chiamava "Alcibiade! Alcibiade!" rivolta al cameriere col suo lungo grembiule. Spiegai che la persona insieme a me era stata sua compagna di viaggio, e mio cognato si avvicinò e le fu presentato. Ma lei lo guardò come se non l'avesse mai visto prima, e mi ricordai che lui mi aveva detto che i di lei occhi erano sempre fissi sull'orizzonte, volti a est. Evidentemente non lo aveva notato e, continuando a sorridere con timidezza, non tentò nemmeno di fingere il contrario. Io mi trattenni con lei alla porta del caffè, e lui fece ritorno all'albergo e alla moglie. Io dissi alla signorina Spencer che questo nostro incontrarsi immediatamente dopo il suo sbarco era veramente molto strano, ma che ero felicissimo di trovarmi lì per ricevere le sue prime impressioni.
"Oh, non so come dirvele," rispose; "mi pare di sognare. Sono qui seduta da un'ora e non desidero muovermi. Tutto è talmente pittoresco. Non so se il caffè mi abbia ubriacata; è talmente delizioso."
"In realtà," dissi, "se siete così soddisfatta di questo povero e prosaico Le Havre, non vi resterà ammirazione per le cose migliori. Non spendete tutta la vostra ammirazione il primo giorno. Ricordate che è la vostra carta di credito intellettuale. Ricordate tutti i bei luoghi e le belle cose che vi aspettano; ricordate quella deliziosa Italia!"
"Non temo di consumarla," mi disse allegramente, continuando a guardare le case di fronte. "Potrei starmene seduta qui per una giornata intera, dicendomi che finalmente ci sono. E' così scuro e vecchio e diverso."
"A proposito," mi informai, "come mai siete seduta qui? Non siete andata in uno degli alberghi?" Questo perché ero in parte divertito e in parte allarmato dalla tranquillità con cui quella donna delicatamente graziosa si era sistemata in vistoso isolamento sull'orlo del marciapiede.
"Mio cugino mi ha portata qui," rispose. "Ricorderete che vi dissi che ho un cugino in Europa. Mi è venuto incontro al piroscafo stamane."
"Valeva poco la pena che vi venisse incontro, se doveva abbandonarvi tanto presto."
"Oh, mi ha lasciata solo per una mezz'ora," disse la signorina Spencer. "E' andato a prendere il mio denaro."
"Dov'è il vostro denaro?"
Fece una risatina. "Sono molto orgogliosa di dirvelo! E' in assegni circolari."
"E dove sono i vostri assegni circolari?"
"Nella tasca di mio cugino."
Questa dichiarazione fu fatta con molta serenità, ma - è difficile dire perché - mi fece sensibilmente gelare. In quel momento non sarei stato assolutamente in grado di dire la ragione di questa mia sensazione, non sapendo nulla del cugino della signorina Spencer. Essendo un suo cugino, le premesse erano in suo favore. Ma improvvisamente provai un senso di disagio al pensiero che, una mezz'ora dopo essere scesa a terra, i suoi modesti fondi erano passati in quelle mani.
"Deve viaggiare con voi?" chiesi.
"Solo fino a Parigi. Gli scrissi che sarei arrivata, ma non mi aspettavo che venisse alla nave. Immaginavo che si sarebbe limitato a venirmi incontro al treno a Parigi. E' stato molto gentile da parte sua. Ma è molto gentile, e molto brillante."
Mi resi immediatamente conto di avere una grande curiosità di vedere questo brillante cugino che studiava arte a Parigi.
"E' andato alla banca?" chiesi.
"Sì, alla banca. Mi ha condotta in un albergo - un posticino strano, caratteristico, delizioso, con un cortile al centro e una balconata tutto intorno, e un'amabile padrona con un bel copricapo scanalato e un vestito che le sta proprio a pennello! Dopo un poco siamo usciti per andare alla banca, dato che non ho denaro francese. Ma mi sentivo molto stordita dopo il moto della nave, e mi è parso che mi sarei sentita meglio seduta. Lui ha trovato questo posto per me, ed è andato alla banca. Devo aspettare qui fino al suo ritorno."
Può sembrare una cosa fantastica, ma mi balenò l'idea che non avrebbe mai fatto ritorno. Mi sistemai bene nella mia sedia acanto alla signorina Spencer e decisi di attendere gli svolgimenti. Lei era una grande osservatrice; c'era un che di commovente in questo. Osservava ogni cosa che vi veniva portata davanti dal movimento della strada - le particolarità degli abiti, la forma dei veicoli, i grandi cavalli normanni, la grassezza dei preti, i barboncini rasati. Parlammo di queste cose, e vi era un che di attraente nella freschezza delle sue percezioni e nel modo in cui la sua fantasia alimentata dai libri riconosceva e accoglieva volentieri ogni cosa.
"E quando vostro cugino tornerà, che cosa farete?" chiesi.
Esitò un momento. "Non sappiamo bene."
"Quando andrete a Parigi? Se andrete col treno delle quattro avrò il piacere di fare il viaggio con voi."
"Non credo che faremo così. Mio cugino pensa che farei meglio a trattenermi qualche giorno qui."
"Oh!" io dissi; e per cinque minuti non aggiunsi una parola. Mi domandai che cosa quel cugino, per esprimermi volgarmente, andasse "macchinando". Guardai su e giù per la strada, ma senza vedere nulla che potesse essere un brillante americano studioso d'arte. Alla fine mi permisi di osservare che Le Havre non era certo un luogo da scegliere come tappa estetica di un viaggio in Europa. Era un luogo comodo e null'altro; un luogo di passaggio, attraverso il quale il passaggio doveva essere rapido. Le raccomandai di andare a Parigi col treno del pomeriggio, e nel frattempo di divertirsi andando in carrozza a vedere un'antica fortezza situata all'imboccatura del porto - quella pittoresca struttura circolare che portava il nome di Francescati e che aveva l'aria di un piccolo Castel Sant'Angelo. (E' stata in seguito demolita). Mi ha ascoltato con grande interesse; poi, per un momento, si è fatta pensierosa.
"Mio cugino mi ha detto che a1 suo ritorno avrebbe avuto una cosa particolare da dirmi, e che non potevamo far niente, né prendere alcuna decisione prima che l'avessi sentito. Ma me lo farò dire alla svelta e poi andremo alla vecchia fortezza. Non c'è‚ fretta di andare a Parigi ; abbiamo tempo in quantità."
Sorrise con quelle piccole labbra dolcemente severe mentre pronunziava queste ultime parole. Ma io, guardandola con una determinata idea, colsi un infinitesimo barlume di timore nel suo sguardo.
"Non ditemi che questo disgraziato si dispone a darvi della cattive notizie!" esclamai.
"Temo che siano un po' cattive, ma non credo che siano molto cattive. Comunque devo ascoltarlo."
La guardai nuovamente per un momento. "Non siete venuta in Europa per ascoltare," dissi. "Siete venuta per vedere." Ma a questo punto ero sicuro che il cugino sarebbe tornato; dato che aveva qualcosa di sgradevole da dirle si sarebbe indubbiamente fatto vedere. Restammo ancora un po' seduti, ed io le chiesi quali fossero i suoi progetti di viaggio. Li aveva tutti sulla punta delle dita, e li elencò con una specie di solenne chiarezza: da Parigi a Dijon e Avignone, da Avignone a Marsiglia e la Riviera di Ponente; da lì a Genova, Spezia, Pisa, Firenze e Roma. Era chiaro che non le era assolutamente passato per la mente che potesse esserci un benché minimo inconveniente nel fatto che viaggiasse da sola; e, dato che non disponeva di una compagna, naturalmente mi astenni con cura dal turbare il suo senso di sicurezza.
Alla fine il cugino fece ritorno. Lo vidi venire verso di noi sbucando da una strada laterale, e dal momento in cui i miei occhi si posarono su di lui compresi che era questo il brillante americano studioso d'arte. Portava un cappello di feltro a larghe falde, una giacca di velluto nero scolorito, simile a quelle da me spesso viste nella Rue Bonaparte. Il colletto della camicia rivelava un'ampia parte della sua gola che, vista a distanza, non colpiva come particolarmente scultorea. Era alto e magro; aveva i capelli rossi ed era lentigginoso. Questo è quanto ebbi tempo di osservare mentre si avvicinava al caffè, fissandomi con comprensibile meraviglia da sotto l'ombra del suo copricapo. Quando ci raggiunse, mi presentai subito come un vecchio conoscente della signorina Spencer. Mi guardò fisso con i suoi piccoli occhi rossi, e poi mi fece un solenne inchino alla francese togliendosi il sombrero.
"Non eravate sulla nave?" disse.
"No, non ero sulla nave. Sono in Europa da tre anni." Si inchinò di nuovo solennemente, e mi fece cenno di sedermi. Mi sedetti, ma unicamente allo scopo di osservarlo per un momento - mi ero reso conto che era tempo che tornassi da mia sorella. Il cugino della signorina Spencer era un tipo curioso, La natura non lo aveva creato per un abbigliamento raffaellesco e byroniano, e la sua giacca di velluto e la sua gola scoperta non erano in armonia con i tratti della sua faccia. Aveva i capelli tagliati cortissimi, e le orecchie erano grandi e mal si adattavano alla sua testa. Aveva un portamento lezioso e un atteggiamento sentimentale che presentavano un singolare contrasto con lo sguardo penetrante dei suoi occhi stranamente colorati. Forse ero mal disposto, ma i suoi occhi mi parvero traditori. Per un po' non disse nulla; poggiò le mani sul bastone e guardò su e giù per la strada. Poi alla fine, sollevando lentamente il bastone e indicando qualcosa con esso, "Quello è un pezzo molto attraente," osservò a bassa voce. Teneva la testa inclinata da una parte e i suoi occhietti erano socchiusi. Seguii la direzione del bastone; l'oggetto indicato era un panno rosso appeso all'esterno di una vecchia finestra. "Un attraente pezzo di colore," continuò; e senza muovere la testa trasferì verso di me i suo occhi socchiusi. "Si adatta bene," continuò. "Fa un insieme attraente." Aveva una voce dura e volgare.
"Vedo che avete un occhio molto acuto," risposi. "Vostra cugina mi dice che siete uno studioso d'arte." Mi guardò nella stesso modo senza rispondere, ed io proseguii con deliberata cortesia - "Immagino che siate nello studio di uno di quei grandi."
Continuò a guardarmi nello stesso modo, e poi disse a bassa voce "Gérôme ."
"Vi piace?" chiesi.
"Capite il francese?" lui disse.
"Fino a un certo punto," risposi.
Mi tenne i suoi occhietti addosso; poi disse - "J'adore la peinture!"
"Oh, fino a quel punto capisco!" risposi. La signorina Spencer poggiò la mano sul braccio del cugino con un gesto allo stesso tempo un po' soddisfatto e un po' agitato; era delizioso trovarsi insieme a persone talmente a loro agio con le lingue straniere. Mi alzai per congedarmi, e chiesi alla signorina Spencer dove avrei avuto l'onore di farle visita a Parigi, in quale albergo sarebbe andata?
Si rivolse al cugino per consultarlo, ed egli mi onorò nuovamente di una languida sbirciatina. "Conoscete l'Hotel des Princes?"
"So dov'è."
"La porterò là."
"Mi congratulo con voi," dissi a Caroline Spencer. "Credo che sia il migliore albergo del mondo; e nel caso che abbia ancora un momento per farvi visita qui, dove siete sistemata?"
"Oh, ha un nome così grazioso," disse la signorina Spencer, tutta giuliva. "A la Belle Normande."
Quando li lasciai il cugino mi fece un grande saluto, sventolando il suo pittoresco cappello.
III
Mia sorella, come si rese chiaro, non si era abbastanza ripresa per lasciare Le Havre col treno del pomeriggio; cosicché, mentre calava l'oscurità autunnale, mi trovai libero di presentarmi alla Belle Normande. Devo confessare che avevo trascorso buona parte dell'intervallo fantasticando quale fosse la cosa sgradevole che era andato dicendole lo sgradevole cugino della mia attraente amica. La "Belle Normande" era un modesto albergo in una strada laterale, dove fu per me una soddisfazione pensare che la signorina Spencer dovesse aver incontrato una buona quantità di colore locale. C'era un piccolo cortile irregolare, in cui veniva svolta gran parte dell'ospitalità; c'era una scala esterna che portava su alle camere da letto; c'era una piccola fontana gocciolante, con in mezzo una statuetta di stucco; c'era un ragazzino con un berretto bianco e un grembiule che puliva i tegami di rame davanti a una molto evidente porta della cucina; c'era una padrona chiacchierona, che sistemava una piramide di uva e albicocche su un piatta rosa. Mi guardai attorno e scorsi Caroline Spencer seduta su una panchina verde all'esterno di una porta aperta con su scritto Salle à Manger. Mi bastò guardarla per vedere che qualcosa era capitato dal mattino. Era abbandonata all'indietro sulla panchina, con le mani intrecciate in grembo e gli occhi fissi sulla padrona intenta a manipolare le albicocche stando dall'altro lato del cortile.
Ma vidi che non pensava alle albicocche. Il suo sguardo era assente, pensoso; avvicinandomi mi accorsi che aveva pianto. Mi sedetti sulla panchina al suo fianco prima che si accorgesse di me ; poi, quando se ne fu accorta, si limitò a girarsi, senza mostrarsi sorpresa, e posò su di me i suoi occhi rattristati. Era certo capitato qualcosa di molto deplorevole; era completamente cambiata.
Immediatamente denunziai la cosa. "Vostro cugino vi ha dato delle cattive notizie; siete molta afflitta."
Per un momento non disse nulla, e immaginai che avesse paura di parlare, temendo di ricominciare a piangere. Ma subito mi accorsi che nel breve tempo trascorso da quando l'avevo lasciata al mattino le sue lagrime le aveva versate tutte, e che ora era mitemente stoica - intensamente composta.
"Il mio povero cugino è nei guai," finì col dire. "Le sue notizie erano cattive." Poi, dopo una lieve esitazione - "Aveva un bisogno terribile di denaro."
"Aveva bisogno del vostro, intendete dire?"
"Di qualsiasi denaro potesse procurarsi onestamente. Il mio era l'unico denaro."
"E ha preso il vostro?"
Esitò di nuovo per un momento, ma il suo sguardo, nel frattempo, era supplichevole. "Gli ho dato quella che avevo."
Ho sempre ricordato il suono di quelle parole come il più angelico caso di espressione umana da me mai udita; , ma allora balzai in piedi provando quasi un senso di offesa personale. "Santo Cielo!" dissi, "e lo chiamate procurarselo onestamente??"
Mi ero fatto troppo avanti; lei si fece tutta rossa. "Non parliamone," disse.
"Dobbiamo parlarne, " risposi, sedendomi nuovamente. "Sono un vostro amico, e mi pare che ve ne occorra uno. Che cos'è capitato a vostro cugino?"
"Si è indebitato."
"Certamente! Ma per quale motivo tocca a voi pagare i suoi debiti?"
"Mi ha raccontato tutta la sua storia; sono molto spiacente per lui."
"E lo sono anch'io! Ma spero che vi restituirà il vostro denaro."
"Lo farà certamente; non appena potrà."
"E quando sarà?"
"Quando avrà finito il suo gran quadro."
" Al diavolo il suo gran quadro, mia cara signorina! Dov'è questo cugino disperato?"
A questo punto ebbe una certa esitazione. Poi - "E' a pranzo," rispose.
Mi girai e diedi un'occhiata attraverso la porta aperta della salle à manger. E vidi lì, solo all'estremità del lungo tavolo, l'oggetto della compassione della signorina Spencer - il brillante giovane studioso d'arte. Prestava troppa attenzione al suo pranzo per accorgersi di me all'inizio; ma mentre posava sul tavolo un bicchiere vino completamente vuotato si rese conto che l'osservavo. Fece una pausa nel suo pasto, e con la testa girata di fianco e con le magre mascelle in lento movimento ricambiò con fermezza il mio sguardo. In quel momento la padrona mi sgusciò accanto portando la sua piramide di albicocche.
"E quel bel piatto di frutta è per lui?" esclamai.
La signorina guardò il piatto con tenerezza. "Lo dispongono con tanta grazia!" mormorò.
Mi sentii impotente e irritato. "Su via, parliamoci chiaro," dissi; approvate che quell'alto individuo pieno di forza accetti i soldi di cui disponete?" Allontanò da me lo sguardo; evidentemente la facevo soffrire. Non c'era nulla da fare; quell'alto individuo pieno di forze l'aveva interessata.
"Scusatemi se non faccio complimenti parlando di lui, " dissi. "Ma voi siete veramente troppo generosa, e lui non è proprio abbastanza delicato. E' lui che si è indebitato - è lui che dovrebbe pagare i suoi debiti."
"E' stato uno sciocco," rispose; "lo so. Abbiamo parlato a lungo stamane; il poveretto si è affidato alla mia carità. Ha firmato delle cambiali per un sacco di denaro."
"Più sciocco che mai!"
"E' al massimo della disperazione; e non si tratta soltanto di lui. C'è la sua povera moglie."
"Ah sì, ha una povera moglie?"
"Non lo sapevo, ma ha confessato tutto. La sposò due anni fa, segretamente."
"Perché‚ segretamente?"
Caroline Spencer si guardò attorno, quasi che temesse di essere ascoltata. Poi, a bassa voce e un po' emozionata - "E' una contessa!"
"Ne siete molto sicura?"
"Mi ha scritto una bellissima lettera."
"Chiedendovi del denaro, vero?"
"Chiedendomi fiducia e simpatia, " disse la signorina Spencer. "E' stata diseredata dal padre. Mio cugino mi ha raccontato la storia, e lei la racconta a suo modo nella lettera. E' come una vecchia storia romanzesca. Il padre era contrario al matrimonio, e quando ha scoperto che in segreto gli aveva disobbedito l'ha scacciata via. E' veramente quanto mai romantico. Sono la più antica famiglia della Provenza."
La guardai e l'ascoltai meravigliata. Sembrava proprio che quella povera donna godesse a tal punto dell'elemento "romantico" costituito dall'avere una cugina contessa cacciata via dal padre e proveniente dalla Provenza, da perdere quasi il senso del significato che aveva per lei la perdita del suo denaro.
"Mia cara signorina," dissi, "non vorrete mica rovinarvi per amore del pittoresco?"
"Non mi rovinerò. Tornerò presto per stare con loro. La contessa insiste su questo."
"Ritornerete? Ma siete sul punto di tornare in America, allora?"
Se ne stette lì seduta con gli occhi per un momento abbassati, contenendo eroicamente un debole tremito della voce "Non ho denaro per viaggiare!" rispose.
"Avete rinunziato a tutto quello che avevate?"
"Ho trattenuto quanto basta per far ritorno in America."
Ebbi un iroso gemito, e in quel momento il cugino della signorina Spencer, il fortunato proprietario dei suoi sacri risparmi e della mano di una contessa provenzale emerse dalla piccola sala da pranzo. Rimase per un istante sulla soglia, togliendo il nocciolo dalla grossa albicocca che aveva portato via dal tavolo; poi si mise l'albicocca in bocca, e mentre la riteneva lì con soddisfazione, rimase a guardarci, con le lunghe gambe allargate e le mani cacciate nelle tasche della sua giacca di velluto. La mia compagna si alzò, rivolgendogli un piccolo sguardo che colsi al suo passaggio, e che esprimeva uno strano miscuglio di rassegnazione e di affascinazione - una specie di stravolta esitazione. Per quanto brutto, volgare, pretenzioso e disonesto considerassi quell'individuo, egli era riuscito a interessare la sua viva e tenera immaginazione. Ero profondamente disgustato ma non avevo alcun diritto di intromettermi, e sentivo che comunque non sarebbe servito a nulla.
Il giovane agitò una mano con un gesto da pittore. "Un attraente vecchio cortile," osservò. "Un vecchio posto attraente, pieno di colore. Buona la tonalità di quei mattoni. Un'attraente vecchia scala ricurva."
Decisamente non potevo resistere ; senza rispondergli diedi la mano a Caroline Spencer. Lei mi guardò un momento con la sua piccola faccia pallida e gli occhi spalancati, e poiché mi mostrò i suoi graziosi denti, immagino che intendesse sorridermi.
"Non rattristatevi per me," disse, "sono sicurissima che avrò ancora occasione di vedere qualcosa di questa cara vecchia Europa."
Le dissi che non le avrei detto addio - avrei trovato un momento per tornare la mattina dopo. Il cugino, che si era rimesso il suo sombrero, me lo sventolò davanti al posto di un inchino - dopo di che mi allontanai.
Il mattino seguente tornai all'albergo, e nel cortile incontri la padrona meno strettamente imbustata della sera. Quando chiesi della signorina Spencer, " Partie, monsieur, " disse l'albergatrice." E' andata via la notte scorsa alle dieci col suo - col suo - non era suo marito, vero? - infine col suo Monsieur. Sono andati alla nave americana." Mi girai per andarmene; la povera ragazza aveva trascorso all'incirca tredici ore in Europa.
IV
Quanto a me, più fortunato, ci rimasi altri cinque anni. In quel periodo persi il mio amico Latouche, che morì di febbre malarica durante un giro nel Medio Oriente. Una delle prime cose che feci al mio ritorno fu di andare a Grimwinter per fare una visita di condoglianza alla sua povera madre. La trovai profondamente afflitta, e trascorsi insieme a lei l'intera mattinata dopo il mio arrivo (ero giunto tardi la notte prima), porgendo ascolto al suo lagrimoso discorso e facendo alte lodi del mio amico. Non parlammo d'altro, e la nostra conversazione si chiuse solo all'arrivo di una veloce donnetta che giunse fino alla nostra porta in carrozza, e che vidi gettare le redini sul dorso del cavallo con la sveltezza di chi, svegliandosi di colpo mandi all'aria le coperte. Saltò fuori dalla carrozza e piombò nella stanza. Risultò che si trattava della moglie del parroco, come pure di una al corrente di tutti i pettegolezzi della città, e che, in questa seconda veste, aveva indubbiamente un boccone prelibato di cui far parte. Ero altrettanto sicuro di ciò quanto del fatto che la povera signora Latouche non sentisse la sua perdita al punto da non volerla ascoltare. Mi parve opportuno essere discreto e andarmene; dissi che pensavo di fare una passeggiata prima del pranzo.
"E, a proposito," aggiunsi, "se mi dite dove vive la mia vecchia amica, la signorina Spencer, andrò a trovarla in casa sua."
La moglie del parroco mi rispose immediatamente. La signorina Spencer viveva oltre la quarta strada oltre la chiesa Battista; la chiesa Battista era quella a destra, con quella strana cosa verde al di sopra della porta; la chiamavano portico, ma aveva piuttosto l'aspetto di un'antiquata lettiera.
"Sì, andate a far visita alla povera Caroline," disse la signora Latouche, "le sarà di sollievo vedere una faccia diversa."
"Penserei che ne abbia avuto abbastanza delle facce diverse!" esclamò la moglie del parroco.
"Mi riferisco a un visitatore," disse la signora Latouche, correggendo la sua espressione.
"Penserei che ne abbia avuto abbastanza dei visitatori!" replicò la sua compagna. "Ma voi non vi proponete di trattenervi dieci anni," aggiunse guardandomi.
"Ha un visitatore di questo tipo?" chiesi perplesso.
"Vedrete di che genere è!" disse la moglie del parroco. "E' facile vederla; in genere si trattiene nello spiazzo di fronte. Bisogna però che badiate a quello che dite, e che siate molto gentile."
"Ah, è così sensibile?"
La moglie del parroco balzò in piedi e mi fece un inchino - un inchino quanto mai ironico.
"Ecco com'è, se volete saperlo. E' una contessa!"
E pronunziando queste parole nel modo più mordace, la donnetta ebbe l'aria di ridere allegramente in faccia alla contessa. Mi fermai un momento sbalordito, trasecolato, ricordando.
"Oh, sarò molto gentile," esclamai ; e, afferrando il cappello e il bastone me ne andai per i fatti miei.
Trovai la casa della signorina Spencer senza difficoltà. La chiesa Battista fu facilmente identificata e la piccola abitazione nei suoi pressi, di un bianco scolorito, con un grande comignolo al centro e con una vite del Canadà, aveva tutta l'aria di essere, naturalmente e appropriatamente l'abitazione di una vecchia zitella frugale amante del pittoresco. Avvicinandomi rallentai il passo, desiderando fare una ricognizione dopo aver sentito che c'era sempre qualcuno sistemato nello spiazzo di fronte. Guardai cautamente al di sopra della piccola palizzata bianca che separava lo spazio del piccolo giardino dalla strada non pavimentata; ma non vidi nulla che avesse la forma di una contessa. Un piccolo sentiero dritto portava al gradino storto della porta di ingresso, e su ciascun lato di essa c'era un piccolo tratto di terreno erboso contornato da cespugli di ribes. Al centro dell'erba, da ciascuna parte, c'era un grande antichissimo cotogno, quanto mai contorto, e al di sotto di uno di questi alberi erano sistemati un tavolino e un paio di sedie. Sul tavolo c'erano un pezzo di ricamo incompleto e due o tre libri con smaglianti copertine. Entrai dal cancello e mi arrestai a mezza strada lungo il sentiero, scrutandomi intorno alla ricerca di qualche altro indizio della sua occupatrice, davanti alla quale - difficilmente avrei potuto dire perché - esitavo a presentarmi all'improvviso. Poi vidi che la povera casetta era molto misera. Improvvisamente fui colto dal dubbio sul mio diritto a intromettermi; poiché‚ il mio motivo era stato la curiosità, e la mia curiosità in questo caso sembrava particolarmente indelicata. Mentre esitavo una figura si presentò sulla soglia e si trattenne a guardarmi. Riconobbi immediatamente Caroline Spencer, ma lei mi guardò come se non mi avesse mai visto. Garbatamente, con serietà e timidezza, mi feci avanti verso l'uscio e dissi , con un tentativo di parlare scherzosamente -
"Ho atteso laggiù che faceste ritorno, ma non siete mai venuta."
"Avete aspettato dove, signore!" lei chiese a bassa voce, e i suoi occhi chiari si spalancarono ancor di più.
Era molto più vecchia; aveva l'aria stanca e consunta.
"Ma sì," io dissi, "aspettai a Le Havre."
Mi guardò fisso, poi mi riconobbe. Sorrise, arrossì e strinse insieme le mani. "Ora vi ricordo," disse. "Ricordo quel giorno. " Ma non si mosse, né uscendo fuori, né invitandomi a entrare. Era imbarazzata.
Anch'io sentivo un certo imbarazzo. Premetti il bastone per terra, sul sentiero. "Ho continuato ad attendervi, un anno dopo l'altro," dissi.
"Intendete dire in Europa?" mormorò la signorina Spencer.
"In Europa, naturalmente! Qui, a quanto pare, è abbastanza facile trovarvi."
Posò la mano sullo stipite non dipinto della porta, e chinò un po' da un lato la testa. Mi guardò per un momento senza parlare, e mi parve riconoscere l'espressione che si delinea nel viso delle donne quando salgono loro le lagrime agli occhi. Improvvisamente uscì sul lastrone di pietra davanti alla soglia e si tirò dietro la porta. Poi prese a sorridere con decisione, e vidi che i suoi denti erano più graziosi che mai. Ma c'erano state anche le lagrime.
"Siete più stato lì a partire da allora?" chiese quasi bisbigliando.
"C'ero fino a tre settimane fa. E voi - voi non siete mai tornata?"
Continuando a guardarmi con quel sorriso fisso, si mise dietro la mano e aprì nuovamente la porta. "Non sono molto gentile," disse. "Non volete entrare?"
"Temo di disturbarvi."
"Oh, no!" rispose, insistendo più che mai nel suo sorriso. E spinse indietro la porta, per indicarmi di entrare.
Entrai, seguendola. Mi condusse in una stanzetta a sinistra di una stretta anticamera, che immaginai fosse il suo salotto, pur essendo sul retro della casa, e andandoci passammo davanti alla porta chiusa di un'altra stanza che apparentemente godeva della vista dell'albero di cotogno. L'altra guardava verso una piccola baracca di legno e due galline chioccianti. Ma la trovai molto graziosa, finché mi accorsi che la sua eleganza era di un genere quanto mai parsimonioso; e subito dopo la trovai ancora più graziosa, non avendo mai visto del chintz scolorito e delle vecchie acquaforti incorniciate in foglie autunnali inverniciate disposte con tanta grazia. La signorina Spencer si sedette su una piccolissima parte del divano, tenendo in grembo le mani strettamente intrecciate. Dimostrava dieci anni più di prima, e sarebbe stato molto maligno ora parlarne come di una persona graziosa. Ma a me parve che lo fosse; o, se non altro, la trovai commovente. Era particolarmente agitata. Tentai di fingere di non accorgermene; ma improvvisamente, nel modo più illogico - fu l'irresistibile ricordo della nostra breve amicizia a Le Havre - le dissi - "Vi disturbo. Siete angosciata."
Lei sollevò le due mani al viso e per un momento lo tenne sepolto in esse. Poi, allontanandole, disse: "E' perché mi fate ricordare..."
"Vi faccio ricordare, volete dire, quel disgraziato giorno a Le Havre?"
Lei scosse la testa. "Non fu disgraziato. Fu delizioso."
"Non fui mai tanto scioccato come quando, tornando al vostro albergo la mattina dopo, scoprii che eravate nuovamente in mare."
Lei tacque per un momento; e poi disse: "Parliamo d'altro, vi prego."
"Tornaste direttamente qui?"
"Fui di ritorno esattamente trenta giorni dopo la partenza."
"E siete sempre rimasta qui da allora?"
"Oh, sì!" disse mitemente.
"Quando andrete nuovamente in Europa?"
Questa domanda ebbe un che di brutale; ma vi era qualcosa che mi irritava nella dolcezza della sua rassegnazione, e desideravo estorcerle una qualche espressione di impazienza.
Fissò per un momento gli occhi su una piccola macchia di sole sul tappeto; poi si alzò e abbassò un po' la tenda per eliminarla. E subito dopo, con la stessa voce mite, in risposta alla mia domanda, disse - "Mai!"
"Spero che vostro cugino vi abbia restituito il denaro?"
"Non mi interessa più, ora," lei disse allontanando da me lo sguardo.
"Non vi interessa il vostro denaro?"
"Per andare in Europa."
"Volete dire che non andreste se poteste?"
"Non posso - non posso," disse Caroline Spencer. "E' tutto finito; non ci penso mai."
"Non ve l'ha restituito, allora!" esclamai.
"Vi prego - vi prego," incominciò.
Ma si interruppe; guardava ora verso la porta. Vi era stato un fruscio e un rumore di passi nell'anticamera.
Guardai anch'io verso la porta, che era aperta, e che ora lasciò entrare un'altra persona, che si fermò proprio al limitare della soglia. Dietro a questa veniva un giovane. La signora mi guardò fissandomi molto - abbastanza per consentire al mio occhio di formarsi di lei una vivida impressione. Poi si rivolse a Caroline Spencer e con un sorriso e un forte accento straniero -
"Scusate se vi interrompo!" disse. "Non sapevo che foste in compagnia - il signore è entrato così silenziosamente."
Detto questo, rivolse nuovamente verso di me lo sguardo.
Era molto strana; tuttavia la mia prima impressione fu di averla già vista prima di allora. Poi mi resi conto di aver visto delle signore a lei molto simili. Ma le avevo viste molto lontano da Grimwinter, e provavo una strana sensazione vedendola qui. Dove dunque sembrava portarmi la sua vista? A un certo oscuro pianerottolo, davanti a un meschino quatrième parigino - a una porta aperta che rivelava una sudicia anticamera, e a Madame, china sulla ringhiera, mentre si stringeva addosso con la mano una sudicia vestaglia e urlava alla portinaia di portarle su il caffè. La visitatrice della signorina Spencer era una donna molto grande, di mezza età, con una faccia grassa bianca come la morte e con i capelli tirati all'indietro à la chinoise. Aveva gli occhi piccoli penetranti, e ciò che in francese vien definito un gradevole sorriso. Portava una vecchia vestaglia di cashmere rosa, coperta di ricami bianchi, e come le figure nella mia momentanea visione, se la teneva stretta addosso con un braccio tondeggiante e una mano grassoccia piena di fossette.
"E' solo per parlare del mio caffè," disse alla signorina Spencer col suo gradevole sorriso. "Vorrei che fosse servito nel giardino, sotto il piccolo cotogno."
Il giovane che le stava alle spalle era ora entrato nella stanza, e anche lui stava lì a guardarmi. Era un piccolo individuo con un viso grazioso e un'aria provinciale affettata - un minuscolo Adone di Grimwinter. Aveva un piccolo naso a punta, e, come ebbi a osservare, dei piedi piccolissimi. Mi guardava scioccamente, con la bocca aperta.
"Avrete il vostro caffè," disse la signorina Spencer, che mostrava una leggera macchia rossa su ciascuna guancia.
"Va bene!" disse la signora in vestaglia. "Trovate il vostro libro," aggiunse rivolgendosi al giovane.
Egli guardò confuso nella stanza, "Intendete la mia grammatica?" disse con imbarazzo. Ma la voluminosa signora era intenta a guardarmi con curiosità, e stringendosi addosso la vestaglia col braccio bianco.
"Trovate il vostro libro, amico mio," riprese.
"Le mie poesie, intendete dire?" chiese il giovane guardandomi nuovamente.
"Lasciate perdere il vostro libro," disse la sua compagna. "Oggi discorreremo. Faremo un po' di conversazione. Ma non dobbiamo interrompere. Venite," e si girò per andarsene. "Sotto il piccolo albero," aggiunse, in onore della signorina Spencer.
Poi mi rivolse una specie di saluto e un "Monsieur!" - col che si allontanò maestosamente, seguita dal giovane.
Caroline Spencer era lì in piedi con gli occhi fissi sul pavimento.
"Chi è quella?" chiesi.
"La contessa, mia cugina."
"E chi è il giovane?"
"Il suo alunno, il signor Mixter."
Questa descrizione del rapporto esistente fra le due persone che avevano lasciato la stanza mi fece un po' ridere. La signorina Spencer mi guardò con gravità.
"Dà lezioni di francese; ha perso il suo patrimonio."
"Capisco," dissi. "E' decisa a non essere di peso per nessuno. Questo va molto bene."
La signorina Spencer guardò di nuovo il pavimento. "Devo andare a prendere il caffè."
"La signora ha molti alunni?" chiesi.
"Solo il signor Mixter. Gli dà tutto il suo tempo."
Sentendo questo non potei ridere, pur sentendomi a ciò provocato. La signorina Spencer era troppo seria. "Paga molto bene," aggiunse subito con semplicità. "E' molto ricco. E' molto buono. Porta in carrozza la contessa." E con questo si dispose ad allontanarsi.
"Andate a preparare il caffè per la contessa?" dissi.
"Se volete scusarmi per qualche momento."
"Non c'è nessun altro che possa farlo?"
Mi guardò con la massima serenità. "Non ho domestici."
"Non può servirsi da sé?"
"Non è abituata."
"Capisco," dissi, con tutta la calma possibile. "Ma prima di andarvene ditemi una cosa: chi è questa signora?"
"Ve ne ho già parlato prima d'oggi - quel giorno. E' la moglie del mio cugino che avete visto."
"La signora che fu rinnegata dalla famiglia a causa del suo matrimonio?"
"Sì, non l'hanno più vista. L'hanno scacciata."
"E dov'è il marito?"
"E' morto."
"E dov'è il vostro denaro?"
La povera giovane indietreggiò; c'era un che di troppo metodico nelle mie domande. "Non so," disse stancamente.
Ma io continuai ancora un poco. "Questa signora è venuta qui alla morte del marito?"
"Sì, un giorno arrivò."
"Quanto tempo fa?"
"Due anni."
"Da allora è stata sempre qui?"
"Ogni momento."
"La cosa le piace?"
"Per niente."
"E a voi piace?"
Per un istante la signorina Spencer si strinse la faccia fra le mani, come aveva fatto dieci minuti prima. Poi si affrettò ad andare a prendere il caffè della contessa.
Rimasi solo nel piccolo salotto; volevo vedere di più - sapere di più. Dopo cinque minuti entrò il giovane qualificato dalla signorina Spencer come l'alunno della contessa. Rimase a guardarmi per un momento con la bocca semiaperta. Vidi che era un giovane molto rudimentale.
"Vuole sapere se non venite fuori lì," finì con l'osservare.
"Chi vuole saperlo?"
"La contessa. Quella signora francese."
"Vi ha detto di portarmi da lei?"
"Sì, signore," disse il giovane flebilmente, guardando i miei abbondanti centottanta centimetri di statura.
Uscii con lui, e trovammo la contessa seduta sotto uno dei piccoli cotogni davanti alla casa. Era assorta nel pezzo di ricamo che aveva preso dal tavolo. Mi indicò con benevolenza la sedia accanto a lei ed io mi sedetti. Il signor Mixter si guardò attorno e poi si sedette sull'erba ai suoi piedi. Volse in alto lo sguardo, posandolo con la bocca socchiusa ora sulla contessa e ora su me.
"Sono sicura che parlate in francese," disse la contessa, fissando su di me i suoi piccoli occhi lucenti.
"Sì, signora, fino a un certo punto," risposi nella lingua della signora.
"Voilà!" lei esclamò, in tono quanto mai espressivo. "L'ho capito non appena vi ho visto. Siete stato nel mio caro povero paese."
"A lungo."
"Conoscete Parigi?"
"A fondo, signora." E con un certo deliberato intento consentii ai miei occhi di incontrarsi con i suoi.
Al che lei spostò lo sguardo e abbassò gli occhi verso il signor Mixter. "Di che cosa stiamo parlando?" chiese al suo attento alunno.
Lui tirò su le ginocchia, strappò l'erba con una mano, sbarrò gli occhi e arrossì un poco. "State parlando in francese," disse il signor Mixter.
"La belle découverte!" disse la contessa. "Sono dieci mesi," mi spiegò, "che gli do lezioni. Non abbiate paura di dire che è uno sciocco, tanto non vi capirà."
"Spero che gli altri vostri alunni vi diano maggiori soddisfazioni," osservai.
"Non ne ho altri. Non sanno che cosa sia il francese in questo paese; non vogliono saperlo. Potete quindi immaginare che piacere sia per me incontrare una persona che lo parla come voi." Risposi che il mio piacere non era minore del suo, e lei continuò col suo ricamo, tenendo il mignolo ricurvo. Continuava ad avvicinare il viso al suo lavoro, come una miope. La considerai una persona molto sgradevole; era rozza, affettata, disonesta, e non era una contessa più di quanto io fossi un califfo. "Parlatemi di Parigi," riprese. "Il solo nome mi emoziona! Quando ne siete venuto via?"
"Due mesi fa."
"Uomo felice! Raccontatemi qualche cosa in proposito. Che cosa facevano. Oh, potessi avere un'ora del boulevard!"
"Facevano su per giù quel che fanno sempre - si divertivano molto."
"Nei teatri, vero?" sospirò la contessa. "Nei cafés-concerts - seduti ai tavolini davanti alle porte? Quelle existence! Sapete che sono una parigina, signore", aggiunse "- fino alla punta delle dita."
"La signorina Spencer si era sbagliata, allora," mi azzardai a rispondere, "dicendomi che eravate provenzale."
Sgranò gli occhi, poi accostò il naso al ricamo, che appariva sporco, disordinato.
"Ah, sono provenzale di nascita; ma sono parigina - per inclinazione."
"E per esperienza, immagino?"
Mi interrogò un momento con i suoi duri occhietti. "Oh, l'esperienza! Potrei parlare di esperienza, se volessi. Non mi sarei aspettata, per esempio, che l'esperienza avesse questo in serbo per me." E indicò col gomito nudo e con una scossa del capo tutto quanto la circondava - la piccola casa bianca, il cotogno, la palizzata sgangherata, perfino il signor Mixter.
"Siete in esilio!" dissi con un sorriso.
"Potete immaginare com'è! Nei due anni che ho passato qui ho passato delle ore - delle ore! Ci si abitua alle cose, ed io a volte credo di essermi abituata a questo. Ma ci sono delle cose che ricominciano sempre. Per esempio, il mio caffè."
"Prendete sempre il caffè a quest'ora?" mi informai.
Scosse all'indietro la testa e mi misurò.
"A che ora preferireste prenderlo? Io ho bisogno della mia tazzina dopo aver fatto colazione."
"Ah, e voi fate colazione a quest'ora?"
"A mezzogiorno - comme cela se fait. Qui fanno colazione a un quarto dopo le sette! Quel "quarto dopo" è graziosissimo!"
"Ma mi parlavate del vostro caffè," osservai simpatizzando.
"La mia cousine non può crederci; non può capirlo. E' una ragazza eccellente; ma quella tazzina di caffè nero con una goccia di cognac, servita a quest'ora - questa è una cosa per lei incomprensibile. Così devo rompere il ghiaccio ogni giorno, e ci vuole il tempo che vedete perché il caffè arrivi. E quando arriva, signore! Se non ve ne offro non dovete prendervela a male. Sarà perché so che ne avete bevuto nel boulevard."
Fui estremamente risentito di questo sprezzante trattamento dell'umile ospitalità della povera Caroline Spencer; ma non dissi nulla per non dire nulla di ineducato. Mi limitai a guardare il signor Mixter, che si stringeva con le braccia le ginocchia e osservava solennemente affascinato la grazia dimostrativa della mia compagna. Lei si accorse subito che l'osservavo; mi guardò con un piccolo audace sorriso di spiegazione. "Dovete sapere che mi adora," mormorò, avvicinando di nuovo il naso al suo lavoro a punto a croce. Mi dissi prontissimo a crederci, e lei continuò: "Sogna di diventare il mio amante! Sì, è il suo sogno. Ha letto un romanzo francese; ci ha impiegato sei mesi. Ma da allora pensa di esserne lui l'eroe e io l'eroina!"
Era chiaro che il signor Mixter non aveva la più lontana idea che si parlasse di lui; era troppo preso dall'estasi della contemplazione. In quel momento Caroline Spencer uscì dalla casa portando una caffettiera su un piccolo vassoio. Notai che percorrendo il tratto dalla porta al tavolino mi rivolse un rapido sguardo supplichevole. Mi domandai che cosa significasse; sentii che indicava una specie di desiderio misto a timore di sapere che cosa, essendo un uomo di mondo che era stato in Francia, pensassi della contessa. Il che mi pose grandemente a disagio. Non potevo dirle che la contessa poteva con grande probabilità essere la moglie di un piccolo parrucchiere da lei abbandonato. Improvvisamente tentai invece di mostrare di tenerla in grande considerazione.
"Vi ripromettete di trattenervi per qualche tempo a Grimwinter?" dissi alla contessa.
Si strinse fortemente nelle spalle.
"Chissà? Forse per anni. Quando uno si trova in miseria! ...Chère belle," aggiunse rivolgendosi alla signorina Spencer, "avete dimenticato il cognac!"
Trattenne Caroline Spencer mentre, dopo aver guardato per un momento il tavolino, si disponeva a tornare indietro per procurare la squisitezza mancante. Le diedi silenziosamente la mano per salutarla. Sembrava molto stanca, ma c'era uno strano indizio di futura pazienza sul suo visetto austeramente mite. Ritenni che fosse piuttosto contenta che me ne andassi. Il signor Mixter si era messo in piedi e versava il caffè alla contessa. Tornando via oltre la chiesa Battista riflettei che la povera signorina Spencer aveva avuto ragione col suo presentimento che avrebbe ancora visto qualcosa della cara vecchia Europa.